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Cosa si intende per “bullismo”

La parola «bullismo» è citata spesso nei fatti di cronaca per descrivere un fenomeno che da diversi anni ritroviamo periodicamente e insistentemente tra le notizie nazionali e internazionali.

Diversi studiosi hanno tentato di comprendere e dare significato al fenomeno del bullismo e tutti convengono con l’idea che è un costrutto complesso al cui interno possiamo rintracciare comportamenti e significati diversi (Caprara & Laeng, 1988; Coie, Dodge, Terry & Wright, 1991).

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Con il termine "Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento" (DSA) ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche e, in particolare, a dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. La principale caratteristica di questa categoria nosografica è quella della “specificità", in quanto il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale (DSA Consensus Conference, 2007).  

I bambini con DSA hanno dunque un QI compreso nella media per la loro età, ma mostrano delle difficoltà specifiche in alcuni domini dell'apprendimento, ovvero hanno prestazioni al di sotto della norma nella lettura, nella scrittura, nel calcolo, o in più aree contemporaneamente.

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Lo scopo di questo breve scritto è proporre una distinzione dei test da passivo in attivo in test per compiacenza e test per ribellione, nella speranza che questa nuova differenziazione possa rendere più precise le nostre osservazioni cliniche e più sintonizzate le nostre risposte ai pazienti.

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Breve introduzione alla Control-Mastery Theory

La Control-Mastery Theory (CMT; Weiss, Sampson, & The Mount Zion Psychotherapy Research Group, 1986; Weiss, 1993) è un modello psicodinamico-cognitivo, di matrice relazionale, del funzionamento mentale, della psicopatologia e del processo terapeutico che spiega la formazione della personalità, le cause della psicopatologia e i processi di cambiamento psichico a partire dalla qualità delle relazioni primarie e degli schemi che la persona sviluppa per adattarsi a esse.
 

E' stato pubblicato su Psychodynamic Psychiatry  Vol. 45, No. 3: 362–384, l'articolo intitolato "Reliability and Validity of the Interpersonal Guilt Rating Scale-15: A New Clinician-Reporting Tool for Assessing Interpersonal Guilt According to Control-Mastery Theory" di Francesco Gazzillo, Bernard Gorman, Marshall Bush, George Silberschatz, Cristina Mazza, Filippo Faccini, Valeria Crisafulli, Roberta Alesiani, Emma De Luca.

Di seguito l'abstract :

This article introduces the Interpersonal Guilt Rating Scale-15 (IGRS- 15), a brief clinician-rated tool for the clinical assessment of interpersonal guilt as conceived in Control-Mastery Theory (CMT; Silberschatz, 2015; Weiss, 1993), and its psychometric proprieties. The items of the IGRS-15 were derived from the CMT clinical and empirical literature about guilt, and from the authors’ clinical experiences. Twenty-eight clinicians assessed 154 patients with the

IGRS-15, the patient self-reported Interpersonal Guilt Questionnaire-67 (IGQ- 67; O’Connor, Berry, Weiss, Bush, & Sampson, 1997), and the Clinical Data Form (CDF; Westen & Shedler, 1999).

A semi-exploratory factor analysis pointed to a four-factor solution in line with the kinds of guilt described in CMT: Survivor guilt, Separation/disloyalty guilt, Omnipotent responsibility guilt, and Self-hate. The test-retest reliability of the IGRS-15 was good. Moreover, the IGRS-15 showed good concurrent and discriminant validity with the IGQ-67.

IGRS-15 represents a first step in the direction of supporting the clinical judg- ment about interpersonal guilt with an empirically sound and easy-to-use tool.

Keywords: assessment, guilt, Control-Mastery Theory, clinician report, factor analysis

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Quello che sappiamo, e che è stato empiricamente verificato (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993), è che il superamento di un test, così come un intervento pro-plan, tende a suscitare nel paziente un maggior senso di sicurezza, lo rende più coraggioso, più coinvolto nella relazione con il terapeuta e nel processo terapeutico, meno depresso, meno ansioso, più rilassato, più disposto a portare alla luce materiale in precedenza rimosso o comunque escluso dalla coscienza, più elaborativo, più attivo nel tentativo di raggiungere i suoi obiettivi, più capace di insight e più disposto a rischiare testando il terapeuta in modo più vigoroso.     

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In questo breve scritto riporteremo due esempi di test di due pazienti che abbiamo trovato personalmente piuttosto istruttivi, il primo perché mostra come un paziente possa mettere alla prova gran parte degli elementi del suo piano per mezzo di un unico test; nel secondo, invece, crediamo sia evidente come un paziente possa mettere alla prova le sue credenze patogene per mezzo dell’atteggiamento complessivo che assume in seduta, e che a sua volta tende a indurre nel clinico un atteggiamento complementare che può essere tanto pro-plan quanto anti-plan.

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Durante il Simposio sui servizi di aiuto psicologico per studenti universitari, tenutosi in seno al Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) del 2015, sono stati presentati i risultati degli studi sull'efficacia dei trattamenti condotti dai Centri di Counselling Psicologico di alcuni tra i più importanti atenei italiani. Io e gli altri relatori non ci limitammo alla mera esposizione dei dati delle nostre ricerche, che in ogni caso sembravano avvalorare l'efficacia dei modelli di intervento che presentavamo. Ciascuno di noi, infatti, descrisse accuratamente il setting e la teoria della tecnica che informava il modello di counselling presentato. Il confronto fra modelli di intervento brevi, anche molto diversi tra loro per setting, durata e orientamento teorico, fu proficuo e stimolante. Tuttavia, uno psicoanalista presente tra gli uditori del Simposio fece un'obiezione che si poneva in netta contrapposizione con quanto i dati delle nostre ricerche andavano a suggerire: “com'è possibile che interventi a lungo termine o di 8, 16, 12 o 4 colloqui siano tutti egualmente efficaci? Di questo passo finiremmo per dire che è sufficiente anche una sola seduta!”

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Lo scritto ad hoc di John Curtis

 

Secondo Weiss la psicopatologia funzionale nasce da credenze patogene che inibiscono l’individuo nel perseguire obiettivi sani e realistici. In terapia i pazienti lavorano per disconfermare queste credenze in modo da liberarsene e poter raggiungere i propri obiettivi.

Un elemento centrale nella teoria di Weiss è che ogni paziente giunge in terapia con un vero e proprio “piano” per stare meglio.

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Per comprendere senso e funzione dei sogni secondo la Control-Mastery Theory, può essere utile ricordare alcuni dei concetti centrali di questo modello.

Prima di tutto, secondo la CMT l’obiettivo sovraordinato del funzionamento mentale cosciente e inconscio è quello di garantire un adattamento ottimale all’ambiente di vita, cioè trovare e preservare le condizioni di sicurezza necessarie a perseguire i propri obiettivi sani e piacevoli specifici, tanto individuali quanto relazionali. L’individuo persegue questo obiettivo sovraordinato tanto consapevolmente quanto, e soprattutto, inconsciamente; la CMT infatti ha messo in evidenza, ancora prima della psicologia cognitiva, come l’essere umano sia in grado di eseguire inconsciamente funzioni mentali “superiori”, come stabilire obiettivi, elaborare piani e linee di condotta utili per perseguirli (policies), elaborare previsioni, modificare i propri piani o le proprie strategie al mutare delle circostanze o in presenza di informazioni nuove, fare l’esame di realtà ecc.

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Durante la scuola di Specializzazione in Terapia Cognitiva, alcuni formatori ci avevano introdotto al lavoro di Weiss e ad alcune sue ipotesi cliniche, come quelle sull’esistenza di un piano inconscio di guarigione del paziente, che avevo colto come spunti di lettura interessanti all’interno del ragionamento sulla costruzione e sul mantenimento della relazione terapeutica.

È stato solo in seguito, anche per quelle che paiono “coincidenze”, che ho potuto avvicinare più approfonditamente la Control-Mastery Theory (CMT), rimanendo colpita dalle numerose “assonanze” fra questa e la mia formazione cognitivista e dalla sua “praticità”, ossia dalla possibilità che intravedo di tradurre operativamente i concetti proposti nel lavoro con i pazienti.

È stato un errore con una paziente e una conseguente rottura dell’alleanza che mi hanno spinto a cercare di comprendere cosa fosse successo e a cercare di arricchire la mia visione del lavoro clinico: leggere l’errore come il non superamento di un test a cui la paziente mi stava sottoponendo e che non avevo colto mi aiuta oggi a ripensare al caso e ad ipotizzare riparazioni nella nostra relazione terapeutica.

Di seguito alcune riflessioni che nascono dal corso seguito in questi mesi e dal tentativo, ancora parziale, di integrare gli interessanti spunti con le proposte teoriche della mia formazione clinica.