E' stato pubblicato su Psychodynamic Psychiatry  Vol. 45, No. 3: 362–384, l'articolo intitolato "Reliability and Validity of the Interpersonal Guilt Rating Scale-15: A New Clinician-Reporting Tool for Assessing Interpersonal Guilt According to Control-Mastery Theory" di Francesco Gazzillo, Bernard Gorman, Marshall Bush, George Silberschatz, Cristina Mazza, Filippo Faccini, Valeria Crisafulli, Roberta Alesiani, Emma De Luca.

Di seguito l'abstract :

This article introduces the Interpersonal Guilt Rating Scale-15 (IGRS- 15), a brief clinician-rated tool for the clinical assessment of interpersonal guilt as conceived in Control-Mastery Theory (CMT; Silberschatz, 2015; Weiss, 1993), and its psychometric proprieties. The items of the IGRS-15 were derived from the CMT clinical and empirical literature about guilt, and from the authors’ clinical experiences. Twenty-eight clinicians assessed 154 patients with the

IGRS-15, the patient self-reported Interpersonal Guilt Questionnaire-67 (IGQ- 67; O’Connor, Berry, Weiss, Bush, & Sampson, 1997), and the Clinical Data Form (CDF; Westen & Shedler, 1999).

A semi-exploratory factor analysis pointed to a four-factor solution in line with the kinds of guilt described in CMT: Survivor guilt, Separation/disloyalty guilt, Omnipotent responsibility guilt, and Self-hate. The test-retest reliability of the IGRS-15 was good. Moreover, the IGRS-15 showed good concurrent and discriminant validity with the IGQ-67.

IGRS-15 represents a first step in the direction of supporting the clinical judg- ment about interpersonal guilt with an empirically sound and easy-to-use tool.

Keywords: assessment, guilt, Control-Mastery Theory, clinician report, factor analysis

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Quello che sappiamo, e che è stato empiricamente verificato (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993), è che il superamento di un test, così come un intervento pro-plan, tende a suscitare nel paziente un maggior senso di sicurezza, lo rende più coraggioso, più coinvolto nella relazione con il terapeuta e nel processo terapeutico, meno depresso, meno ansioso, più rilassato, più disposto a portare alla luce materiale in precedenza rimosso o comunque escluso dalla coscienza, più elaborativo, più attivo nel tentativo di raggiungere i suoi obiettivi, più capace di insight e più disposto a rischiare testando il terapeuta in modo più vigoroso.     

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In questo breve scritto riporteremo due esempi di test di due pazienti che abbiamo trovato personalmente piuttosto istruttivi, il primo perché mostra come un paziente possa mettere alla prova gran parte degli elementi del suo piano per mezzo di un unico test; nel secondo, invece, crediamo sia evidente come un paziente possa mettere alla prova le sue credenze patogene per mezzo dell’atteggiamento complessivo che assume in seduta, e che a sua volta tende a indurre nel clinico un atteggiamento complementare che può essere tanto pro-plan quanto anti-plan.

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Durante il Simposio sui servizi di aiuto psicologico per studenti universitari, tenutosi in seno al Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) del 2015, sono stati presentati i risultati degli studi sull'efficacia dei trattamenti condotti dai Centri di Counselling Psicologico di alcuni tra i più importanti atenei italiani. Io e gli altri relatori non ci limitammo alla mera esposizione dei dati delle nostre ricerche, che in ogni caso sembravano avvalorare l'efficacia dei modelli di intervento che presentavamo. Ciascuno di noi, infatti, descrisse accuratamente il setting e la teoria della tecnica che informava il modello di counselling presentato. Il confronto fra modelli di intervento brevi, anche molto diversi tra loro per setting, durata e orientamento teorico, fu proficuo e stimolante. Tuttavia, uno psicoanalista presente tra gli uditori del Simposio fece un'obiezione che si poneva in netta contrapposizione con quanto i dati delle nostre ricerche andavano a suggerire: “com'è possibile che interventi a lungo termine o di 8, 16, 12 o 4 colloqui siano tutti egualmente efficaci? Di questo passo finiremmo per dire che è sufficiente anche una sola seduta!”

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Lo scritto ad hoc di John Curtis

 

Secondo Weiss la psicopatologia funzionale nasce da credenze patogene che inibiscono l’individuo nel perseguire obiettivi sani e realistici. In terapia i pazienti lavorano per disconfermare queste credenze in modo da liberarsene e poter raggiungere i propri obiettivi.

Un elemento centrale nella teoria di Weiss è che ogni paziente giunge in terapia con un vero e proprio “piano” per stare meglio.

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Per comprendere senso e funzione dei sogni secondo la Control-Mastery Theory, può essere utile ricordare alcuni dei concetti centrali di questo modello.

Prima di tutto, secondo la CMT l’obiettivo sovraordinato del funzionamento mentale cosciente e inconscio è quello di garantire un adattamento ottimale all’ambiente di vita, cioè trovare e preservare le condizioni di sicurezza necessarie a perseguire i propri obiettivi sani e piacevoli specifici, tanto individuali quanto relazionali. L’individuo persegue questo obiettivo sovraordinato tanto consapevolmente quanto, e soprattutto, inconsciamente; la CMT infatti ha messo in evidenza, ancora prima della psicologia cognitiva, come l’essere umano sia in grado di eseguire inconsciamente funzioni mentali “superiori”, come stabilire obiettivi, elaborare piani e linee di condotta utili per perseguirli (policies), elaborare previsioni, modificare i propri piani o le proprie strategie al mutare delle circostanze o in presenza di informazioni nuove, fare l’esame di realtà ecc.

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Durante la scuola di Specializzazione in Terapia Cognitiva, alcuni formatori ci avevano introdotto al lavoro di Weiss e ad alcune sue ipotesi cliniche, come quelle sull’esistenza di un piano inconscio di guarigione del paziente, che avevo colto come spunti di lettura interessanti all’interno del ragionamento sulla costruzione e sul mantenimento della relazione terapeutica.

È stato solo in seguito, anche per quelle che paiono “coincidenze”, che ho potuto avvicinare più approfonditamente la Control-Mastery Theory (CMT), rimanendo colpita dalle numerose “assonanze” fra questa e la mia formazione cognitivista e dalla sua “praticità”, ossia dalla possibilità che intravedo di tradurre operativamente i concetti proposti nel lavoro con i pazienti.

È stato un errore con una paziente e una conseguente rottura dell’alleanza che mi hanno spinto a cercare di comprendere cosa fosse successo e a cercare di arricchire la mia visione del lavoro clinico: leggere l’errore come il non superamento di un test a cui la paziente mi stava sottoponendo e che non avevo colto mi aiuta oggi a ripensare al caso e ad ipotizzare riparazioni nella nostra relazione terapeutica.

Di seguito alcune riflessioni che nascono dal corso seguito in questi mesi e dal tentativo, ancora parziale, di integrare gli interessanti spunti con le proposte teoriche della mia formazione clinica.

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Quando ascolta un paziente, l’atteggiamento mentale di fondo di un terapeuta CMT si basa sull’idea che si sta rapportando a una persona nomale, sana, che ha avuto la necessità di sviluppare una “maschera di patologia” per adattarsi al suo ambiente di sviluppo. Di conseguenza, l’interrogativo principale che guida il suo ascolto è:

Quali caratteristiche del suo ambiente hanno fatto sì che questa persona sia dovuta diventare come è? E di che tipo di ambiente ha bisogno di fare esperienza per potersi liberare di questa maschera?

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Criteri di regolazione

Oltre al criterio del senso di sicurezza, che è quello di base, quali altri criteri di regolazione segue la mente conscia e inconscia nel suo operare? Questa è una domanda a cui la Control-Mastery Theory finora non ha dato risposta. La mia ipotesi, tutta da approfondire e da verificare, è che una volta accertata la presenza di condizioni di sicurezza – cioè che non si è in pericolo e che i propri oggetti d’amore e i propri legami fondamentali non sono in pericolo - i “criteri” che segue la mente per “scegliere” cosa provare, pensare e fare siano funzione delle motivazioni prevalenti in quel momento.

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In accordo con la Control-Mastery Theory (CMT), il paziente arriva in terapia con un piano, in genere inconscio, che prevede la realizzazione di obiettivi piacevoli e realistici (Weiss, 1993; Gazzillo, 2016). Il paziente in terapia lavora per disconfermare le credenze patogene e i sensi di colpa che lo ostacolano in questo compito e lo fanno soffrire, per padroneggiare i suoi traumi e comprendere meglio la storia della propria vita. Pertanto, nei primi colloqui il paziente cercherà di fornire al clinico le informazioni necessarie a fargli capire ciò di cui ha bisogno per star bene. quindi importante che il terapeuta assuma una posizione attenta e mentalmente attiva, che in termini operativi può tradursi nel prestare attenzione a ciò che il paziente comunica, ma anche nel far domande ed esplorare insieme al paziente aspetti rilevanti della sua storia di vita; allo stesso tempo, però, il clinico deve mostrarsi flessibile, adattandosi il più possibile ai bisogni del paziente e lasciandosi un po’ guidare dal suo modo di “stare” nella relazione.

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Joe Weiss: un amico psicoanalitico che aveva un tocco di genialità

Stanley Steinberg (20 luglio 2012)

 

Nella nuova casa di Joe a Filbert Street, da poco comprata, un vecchio amico disse al padre di Joe: “Non è bello essere così ricchi?”. Sentendo questo parole, Joe rispose: “Sono venuto a San Francisco per apprendere la verità, ma qui si parla solo di soldi”.

 

È difficile dire chi meriti la corona del genio. Non puoi dichiararti un genio, anche se alcuni sono sufficientemente sciocchi da farlo. Nel passato, era la storia a decretarlo e il giudizio sembrava resistere alla prova del tempo, ma oggi l’appellativo di genio sembra andare e venire perché qualsiasi cambiamento nella società ne definisce il valore corrente. Warhol diceva che il genio si esaurisce rapidamente. La situazione in cui sono stato più vicino a fare esperienza di una capacità della mente che avesse una profondità e un’ampiezza dell’intelligenza tanto straordinaria da essere a volte sorprendente – quasi scioccante – è stata la mia lunga amicizia con Joe Weiss, l’innovatore inventore della Control-Mastery Theory della psicoanalisi, l’autore di Come Funziona la Psicoterapia e il co-autore di The Psychoanalytic Process.